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STATE OF THE WORLD 2003
Stato del pianeta e sostenibilità (Rapporto
annuale)
Edizione italiana a cura di Gianfranco Bologna
Edizioni Ambiente
Collana annuari, pagine 230, prezzo euro 21,50
Introduzione
Sostenibilità: una cultura capace di futuro
di Gianfranco Bologna
Venti anni di State of the World
Venti anni fa il Worldwatch Institute pubblicava il suo primo State
of the World, che ebbe subito un notevole successo di vendita e di traduzioni.
Oggi questo straordinario rapporto, scritto in maniera chiara e avvincente
e basato sui migliori dati scientifici a disposizione, è tradotto
ogni anno in oltre 30 lingue (dal cinese all’arabo, dal rumeno al persiano,
dal russo all’hindi) e costituisce il documento più noto e diffuso
che rende conto della ricca complessità interdisciplinare dello
sviluppo sostenibile.
Si tratta di un volume che non può mancare nella biblioteca
di chiunque abbia minimamente a cuore il nostro futuro e l’interpretazione
della complessa realtà ambientale, economica e sociale in cui siamo
immersi.
Il merito dell’intuizione che ha condotto a questo rapporto annuale
è del fondatore del Worldwatch Institute, Lester Russel Brown, che
– dopo aver portato nei primi dieci anni l’istituto alla notorietà
grazie alla qualità delle sue pubblicazioni (tra le quali il famoso
volume Il 29° giorno) con lo State ha richiamato su di sé e
sulla sua équipe l’attenzione di tutto il mondo, tanto da essere
definito dal Washington Post uno dei più influenti pensatori del
nostro tempo.
Lester Brown ha fondato nel 2001 un altro Istituto, l’Earth Policy
Institute, che si occupa specificamente di dimostrare la praticabilità
di un’economia ecologica nelle odierne società dominate ancora dal
mito della crescita economica, ma resta sempre un grande ispiratore delle
attività del Worldwatch.
Il primo State, quello del 1984, fu scritto da Lester Brown e da cinque
suoi collaboratori, Christopher Flavin (che oggi è il presidente
dell’Istituto e ha preso il posto di Brown), William Chandler, Sandra Postel
(nota esperta dei problemi legati all’acqua, che da vari anni ormai dirige
il ‘World Water Policy Project’), Linda Starke e Edward Wolf.
Brown decise di lanciare il Worldwatch in questa avventura perché
riteneva maturo il tempo per presentare, annualmente, un rapporto sullo
stato del nostro pianeta, focalizzandolo in un’ottica ambientale con la
necessaria considerazione dei risvolti economici, sociali e politici, e
realizzando di fatto un esempio concreto di rapporto sulla sostenibilità
del nostro sviluppo.
Nessuna istituzione ufficiale o organismo delle Nazioni Unite provvedeva
allora a questo compito (sono arrivati successivamente i rapporti ‘World
Resources’ del World Resources Institute, dell’UNEP, dell’UNDP e della
Banca Mondiale e i ‘Global Environment Outlook’ dell’UNEP).
In questo modo Brown e i suoi sono stati, senza alcun dubbio, dei veri
pionieri dello sviluppo sostenibile, in un periodo in cui il termine ‘sviluppo
sostenibile’ non era ancora ‘ufficiale’ come oggi.
Nel rapporto del 1984 i capitoli trattavano questi temi: la necessità
di stabilizzare la popolazione, quella di ridurre la dipendenza dal petrolio,
la conservazione del suolo, la protezione delle foreste, il riciclaggio
dei materiali, lo stato e i costi dell’energia nucleare, la necessità
di sviluppare le energie rinnovabili, il futuro dell’automobile, il futuro
dell’alimentazione e la ricostituzione delle politiche economiche. Tutti
temi di grandissima attualità ancor oggi.
Allora restai letteralmente folgorato dalla lettura di quel volume
e dalla straordinaria capacità di Brown e del suo staff di proporre
temi complessi con una rara mistura di interdisciplinarietà, serietà
e divulgazione. Cercai subito un editore italiano disposto a pubblicare
il rapporto annuale ma ci riuscii solo nel 1988 e, da allora, ho il grandissimo
piacere di far parte di questa avventura intellettuale sia come amico di
Lester Brown, Chris Flavin, Hilary French e di altri membri del Worldwatch,
sia come curatore dell’edizione italiana dello State e di altre opere dell’Istituto.
Dal 1998 in questa avventura è coinvolta Edizioni Ambiente,
ormai divenuta un punto di riferimento ineludibile di pubblicazioni autorevoli
e documentate sulle problematiche della sostenibilità.
Dal 1984 a oggi la situazione ambientale non può definirsi complessivamente
migliorata; ma, senza dubbio, grazie anche a opere come lo State si è
andata diffondendo un’innovativa cultura della sostenibilità che
ha reso possibile anche le due grandi conferenze delle Nazioni Unite: quella
sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro (1992) e quella sullo sviluppo
sostenibile a Johannesburg (2002).
Questa nuova cultura, che si nutre profondamente di interdisciplinarietà
e di complessità, ci mette a confronto con i limiti della nostra
stessa conoscenza, con l’urgenza della consapevolezza di vivere entro i
limiti dei sistemi naturali – da noi purtroppo abbondantemente ignorati
– tenendo sempre conto dell’importanza dell’adattabilità e dell’apprendimento
dei nostri sistemi sociali ed economici nella loro relazione con quelli
naturali.
Lo spirito che da sempre anima il lavoro del Worldwatch si può
riscontrare in tanti scritti di Lester Brown e di tanti altri studiosi
che hanno contribuito nel profondo a creare la cultura innovativa della
sostenibilità. Nelle conclusioni del già citato volume Il
29° giorno, Brown (1978) scriveva: “La principale dinamica che ha plasmato
la società dopo gli inizi della Rivoluzione Industriale è
stata l’etica della crescita. Se la crescita materiale come l’abbiamo conosciuta
finora non può continuare a tempo indefinito, una nuova etica –
l’etica dell’adattamento – è destinata a sostituirla. […] Il fatto
che la crescita fisica o materiale come l’abbiamo conosciuta nelle società
industriali possa non continuare più a lungo non dovrebbe preoccuparci
o spaventarci più di quanto l’ingresso nella maturità possa
spaventare un adolescente. […] Un mutamento nella natura della crescita
potrebbe essere una fortuna, non un disastro. I mutamenti incombenti permetteranno
ogni dimensione dell’esistenza umana: stili di vita, modelli di proprietà
della terra, strutture economiche, dimensioni della famiglia, relazioni
internazionali e sistema scolastico. Un sistema economico costretto a creare
continuamente nuovi bisogni materiali attraverso la pubblicità e
poi nuovi prodotti per soddisfare quei bisogni non è sostenibile.
I suoi giorni sono contati. Il mutamento sarà obbligatorio o volontario:
alcuni mutamenti verranno guidati dal mercato, altri saranno il risultato
di norme, altri ancora saranno realizzati mediante mutamenti volontari
nel comportamento. La scelta fondamentale sarà fra semplicità
volontaria e austerità imposta.”
Le società odierne si trovano nella necessità estrema
di dare risposte concrete a una complessiva situazione di crisi esistente
nei rapporti tra i sistemi da noi stessi creati (sociali, economici, tecnologici)
e quelli naturali. Queste risposte sono urgenti e indilazionabili.
Non è più possibile andare avanti come se nulla fosse,
adottando il cosiddetto approccio BAU (“Business As Usual”) come purtroppo
si ama fare, evitando di avviare invece politiche innovative e coraggiose
che le conoscenze scientifiche e tecnologiche attuali ci consentirebbero,
e capaci di futuro, come la cultura della sostenibilità richiederebbe.
Gli atti dell’amministrazione statunitense di George Bush appaiono
un tipico esempio di come si affrontano i problemi con una visione BAU.
E questo spirito ha abbondantemente pervaso i lavori del Summit Mondiale
delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg dello scorso
2002 che, certamente, non possiamo indicare come la risposta adeguata alla
sfida esistente.
Johannesburg 2002: il summit mondiale sullo sviluppo sostenibile
Alla fine del 2001, il Segretario Generale dell’ONU ha reso noto un
rapporto dedicato allo stato di attuazione di quanto deciso a Rio de Janeiro
nel grande Earth Summit del 1992: il rapporto ammetteva chiaramente l’esistenza
di un gap nell’applicazione di quanto deciso al Summit della Terra, sottolineando
il perdurare di un approccio frammentario allo sviluppo sostenibile (United
Nations, 2001). Infatti politiche e programmi (sia a livello nazionale
che internazionale) hanno generalmente fallito il raggiungimento dell’integrazione
tra aspetti economici e ambientali. Inoltre non vi sono stati mutamenti
significativi negli insostenibili livelli di produzione e consumo dei nostri
sistemi economici, che stanno conducendo i sistemi di supporto della vita
a sempre più alti livelli di pericolo. Il Rapporto afferma con chiarezza:
“Sebbene i mutamenti richiesti per modificare i pattern di consumo e produzione
delle nostre società non siano facili da applicare, questo cambiamento
è imperativo.” Il Rapporto ricorda inoltre che mancano politiche
e approcci coerenti nelle aree della finanza, del commercio, degli investimenti,
della tecnologia e quindi dello sviluppo sostenibile.
Si tratta ovviamente di una mancanza ancor più grave in un’epoca
di globalizzazione economica, finanziaria e commerciale come l’attuale.
Le politiche su questi problemi non possono restare compartimentalizzate
e i governi non possono continuare a essere diretti sulla base di considerazioni
di breve periodo, dimenticando l’importanza della visione a lungo termine
legata all’utilizzo sostenibile delle risorse naturali. Ancora il Rapporto
mette in evidenza la scarsezza delle risorse finanziarie necessarie a implementare
quanto deciso a Rio, nonché lo stallo del trasferimento delle tecnologie.
La crescita del debito dei paesi poveri (passato dai 1.843 miliardi di
dollari del 1992 agli oltre 2.500 miliardi di dollari attuali) ha chiuso
ulteriormente le potenziali opzioni per lo sviluppo sostenibile di questi
paesi, mentre il crescente flusso degli investimenti privati è troppo
“volatile” e diretto solo a pochi paesi e a pochi settori.
Come giustamente ha ricordato Hilary French (a capo del ‘Global Governance
Project’ del Worldwatch) nello State of the World 2002, il testo definitivo
dell’accordo stipulato nel contesto dell’Uruguay Round – che ha dato il
via alla nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 1995
– conta oltre 26.000 pagine, dedicate soprattutto alla specificazione di
tariffe e servizi, e copre un imponente insieme di temi (dall’agricoltura
alla proprietà intellettuale sino agli investimenti e ai servizi),
mentre, al confronto, l’Agenda 21 (il risultato della conferenza di Rio
de Janeiro), con le sue 273 pagine sembra una sintetica esortazione ad
agire. I negoziatori dell’Uruguay Round non hanno fatto grandi sforzi per
incorporare i generici e declamatori impegni di Rio nelle loro decisioni
mentre, al contrario, molti provvedimenti disposti in seno al WTO contraddicono
lo spirito – e in alcuni casi la lettera stessa – degli accordi di Rio
(French, 2002).
Il summit di Johannesburg ha avuto luogo quasi un anno dopo i tragici
fatti dell’11 settembre 2001, che hanno sconvolto tante certezze, hanno
messo totalmente in discussione il concetto di sicurezza dei paesi ricchi
e hanno riaperto una profonda riflessione sull’iniquità economica
e sociale del mondo odierno. Il Global Environment Outlook 2000 (UNEP,
2000), afferma chiaramente che la crescente povertà della maggioranza
degli abitanti del pianeta e l’eccessivo livello dei consumi da parte di
una minoranza costituiscono le due maggiori cause di degrado ambientale;
l’attuale andamento è insostenibile e posporre ogni azione non può
più essere considerata un’opzione possibile.
I dieci anni da Rio de Janeiro a Johannesburg
Qualche elemento di riflessione relativo agli ultimi dieci anni, da
Rio a Johannesburg (Bologna, 2002):
1. A più di dieci anni dallo sfacelo dell’impero sovietico,
il cambiamento di più vasta portata che ha avuto luogo nell’ultimo
decennio è senza dubbio l’ascesa dell’economia transnazionale. Come
ricorda Wolfgang Sachs, il commercio ha guidato l’economia globale in una
direzione che la porta sempre più in rotta di collisione con i sistemi
naturali. Il WTO è il simbolo dell’incondizionato accesso al libero
commercio, divenuto il leit motiv dell’élite globale degli anni
Novanta, e che ha preso il posto di democrazia e sostenibilità.
Marrakesh (Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici, nov 2001)
ha di fatto messo al margine Rio; l’ambizione inespressa del WTO di trasformare
le diverse civilizzazioni in un’unica società del mercato globale
è diventata, in tutto il mondo, la vera Agenda 21 (Sachs, 2002).
Questa consapevolezza ci deve portare ad agire con forza per avviare processi
fortemente correttivi del sistema economico e politico mondiale che possano,
finalmente, concretizzare sostenibilità ambientale e giustizia sociale.
2. La conoscenza scientifica circa le dinamiche del cambiamento nei
sistemi naturali e circa il ruolo del cambiamento dovuto all’intervento
umano è – pur con gli ovvi dubbi e incertezze che caratterizzano
l’analisi dei cosiddetti sistemi adattativi complessi (Gell-Mann, 1996;
Waldrop, 1996; Buchanan, 2001) – certamente più avanzata che nel
passato e fa uso di numerosi strumenti innovativi, come i satelliti per
l’osservazione attenta e sempre più sofisticata dell’evoluzione
degli ecosistemi e del nostro impatto su di essi, o i sempre più
complessi e sofisticati modelli di circolazione globale dell’atmosfera.
Quanto acquisito nell’ambito dei programmi internazionali di ricerca, come
il Global Change Programme, e quanto sintetizzato negli assessment del
sistema Nazioni Unite, deve divenire un punto di riferimento ineludibile
per l’avvio di politiche concrete da parte dei governi di tutto il mondo.
3. Gli avanzamenti teorici e pratici sul concetto di sostenibilità
devono costituire la base per evitare le grandi confusioni che fino a oggi
si sono prodotte sullo sviluppo sostenibile. Le politiche di sostenibilità
devono avere un approccio chiaro, pur nella inevitabile flessibilità
ed evoluzione (Daly, 2001; Gunderson e Holling, 2002). Devono perciò
dotarsi di alcuni elementi fondamentali, che peraltro si ritrovano in alcuni
strumenti già oggi in discussione, quali il Protocollo di Kyoto:
la ricerca della “riduzione” dell’impatto, l’obiettivo di raggiungere un
target, l’indicazione del tempo entro cui raggiungere il target stesso
e l’applicazione di sistemi di monitoraggio e di penalizzazione nel caso
l’obiettivo non venga raggiunto. Tutto ciò con la massima attenzione
agli importanti meccanismi di adattamento e di apprendimento, fondamentali
nelle politiche di sostenibilità (Folke et al., 2002). Non esistono
ricette precostituite e universali per applicare politiche di sostenibilità.
I governi dovrebbero lavorare alacremente per comprendere l’importanza
della relazione “un essere umano = una quota di natura”, nel rispetto del
principio di equità, affinché – pur nelle incertezze conoscitive
in cui ci troviamo – si possa indicare la quota di risorse naturali potenzialmente
utilizzabile a livello individuale (senza intaccare le capacità
autorigenerative dei sistemi naturali), ma anche la quantità di
rifiuti potenzialmente accettabili da parte degli ecosistemi (senza comprometterne
la capacità di assimilazione).
Di fronte a queste grandi sfide, la risposta politica e economica è
assolutamente inadeguata; Johannesburg ne è stata una drammatica
conferma e diventa francamente paradossale constatare come l’inadeguatezza
sembra aumentare in modo proporzionale alle maggiori conoscenze scientifiche
e alle maggiori chiarezze sul concetto di sostenibilità.
La dichiarazione conclusiva del Millennium Summit delle Nazioni Unite
nel settembre 2000 ha elencato i sei valori fondamentali ritenuti essenziali
per le relazioni internazionali nel nuovo secolo e cioè libertà,
uguaglianza, solidarietà, tolleranza, rispetto dell’ambiente e condivisione
delle responsabilità nei confronti dei popoli e del pianeta. Tutti
valori straordinariamente importanti e significativi, che sembrano drammaticamente
annullati nei fatti dalle politiche internazionali, a cominciare da quella
delle grandi istituzioni finanziarie internazionali: Banca Mondiale, Fondo
Monetario Internazionale e Organizzazione Mondiale del Commercio.
Le vere priorità dei paesi di tutto il mondo continuano ad essere
la crescita economica e la libera circolazione di merci e di denaro. Nell’edizione
originale del suo classico Steady-State Economics, del 1977, il grande
bioeconomista Herman Daly scrive: “In verità, la crescita economica
è l’obiettivo più universalmente accettato nel mondo. Capitalisti,
comunisti, fascisti e socialisti vogliono tutti la crescita economica e
si sforzano di renderla massima. Il sistema che cresce al tasso più
alto è considerato il migliore. Il fascino della crescita è
che su di essa si fonda la potenza della nazione e rappresenta un’alternativa
alla ridistribuzione come mezzo per combattere la povertà… Se si
intendesse aiutare seriamente il povero, si dovrebbe fronteggiare il problema
morale della ridistribuzione e cessare di nasconderlo dietro la crescita
globale.” (Daly, 1981).
In realtà, al grande Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile
di Johannesburg i “potenti” della Terra hanno fallito nel prendere impegni
concreti per ridurre gli insostenibili modelli di produzione e consumo
che stanno impoverendo i sistemi naturali e le persone che vivono sul nostro
pianeta.
L’opinione pubblica mondiale chiedeva alla politica un impegno serio:
indicare finalmente target precisi di riferimento, tempi entro cui raggiungerli
e chiarezza sui mezzi da utilizzare per raggiungerli.
Al Summit hanno partecipato 22.000 delegati provenienti da governi (con
un centinaio di capi di stato e di governo), agenzie intergovernative,
organizzazioni non governative, settore privato, società civile
e comunità scientifica.
Il Summit ha negoziato e poi adottato due documenti: il piano di implementazione
e la Dichiarazione di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile. Inoltre
ha presentato circa 220 iniziative di partnership tra settore pubblico,
privato e società civile in cui si annunciano impegni per progetti
concreti di sviluppo sostenibile con una cifra complessiva valutabile in
235 milioni di dollari (cifra certamente molto modesta se pensiamo, come
già ricordato sopra, che i paesi poveri hanno un debito che supera
i 2.500 miliardi di dollari e che la media dell’assistenza pubblica allo
sviluppo dei paesi industrializzati è pari allo 0,22% del PIL (l’Italia
ha lo 0,13% e gli Stati Uniti solo lo 0,10%). Un risultato certamente scarso
rispetto alle sfide drammatiche e evidenti che sono sotto gli occhi di
tutti, ma che ci invita a intensificare gli sforzi per essere più
incisivi nell’immediato futuro.
Le ricerche sul cambiamento globale
Ha scritto lo storico John McNeill (2002), della Georgetown University,
nella sua lucida analisi della storia dell’ambiente del XX secolo: “È
probabile che asteroidi e vulcani, al pari di altri agenti astronomici
e terrestri, abbiano prodotto cambiamenti ambientali più radicali
di quelli cui abbiamo assistito nella nostra epoca. È la prima volta,
nella storia dell’umanità, che abbiamo modificato gli ecosistemi
in maniera così profonda, su tale scala e con tale rapidità.
È una delle rare epoche della storia della Terra in cui si è
assistito a cambiamenti di tale portata e intensità […]. Inconsapevolmente
il genere umano ha sottoposto la Terra a un esperimento non controllato
di dimensioni gigantesche. Penso che, con il passare del tempo, questo
si rivelerà l’aspetto più importante della storia del XX
secolo: più della seconda guerra mondiale, dell’avvento del comunismo,
dell’alfabetizzazione di massa, della diffusione della democrazia, della
progressiva emancipazione delle donne.”
Il noto scienziato Paul Crutzen (premio Nobel per la chimica 1995,
insieme a Sherwood Rowland e Mario Molina per le ricerche sugli effetti
dei clorofluorocarburi sulla fascia di ozono nella stratosfera), ha proposto
di definire “Antropocene” il periodo geologico iniziato nella seconda metà
del Settecento (quindi dall’avvio della Rivoluzione industriale), a riconoscimento
del ruolo centrale che la specie umana riveste nella straordinaria modificazione
dei sistemi naturali (Crutzen, 2002).
Il periodo che stiamo vivendo viene definito dai geologi Olocene e
il suo inizio è indicato a partire dai 10.000-11.000 anni fa, cioè
da quando la specie umana ha avviato la Rivoluzione Neolitica.
Con l’autorevole proposta di Crutzen – già accolta positivamente
da molti scienziati – il mondo scientifico riconosce definitivamente il
ruolo fondamentale dell’intervento umano sul pianeta. La massa di dati,
conoscenze e informazioni che abbiamo ormai acquisito sui pesanti effetti
che l’intervento umano ha prodotto ai sistemi naturali è enorme.
Da tempo la comunità scientifica ha cercato di avviare iniziative
internazionali per comprendere meglio la “fisiologia” dei sistemi naturali,
le loro dinamiche evolutive e, d’altra parte, il ruolo del nostro intervento
e le conseguenze dei nostri impatti.
L’autorevole International Council for Science (ICSU), che costituisce
la federazione indipendente delle unioni scientifiche internazionali, ha
avviato dal 1986 un vastissimo progetto internazionale coordinato di ricerche
su questi problemi, l’‘International Geosphere Biosphere Programme’ (IGBP),
detto più comunemente ‘Global Change Project’ (IGBP, 1990, IGBP,
2001, Steffen et al., 2002), che è senza alcun dubbio il più
autorevole sforzo di ricerca internazionale su questi problemi.
L’IGBP è stato poi affiancato dal programma ‘Human Dimensions
of Global Change’, che si occupa in particolare della dimensione umana
dei cambiamenti globali, nonché dal programma ‘Diversitas’ (dedicato
allo studio della biodiversità del pianeta e degli effetti dell’intervento
umano su di essa) e dal ‘World Climate Programme’ dedicato alla migliore
conoscenza del sistema climatico e del nostro impatto su di esso.
La mole di autorevoli pubblicazioni prodotte nell’ambito di questi
e di altri programmi nati nell’ambito di organismi internazionali è
veramente ingente e le conclusioni raggiunte sino ad ora non fanno che
confermare le parole di McNeill.
È quindi francamente singolare assistere a tentativi tendenti
a sminuire e a cercare di contestare questa ingente massa di dati, come
è avvenuto nel volume di Lomborg (Lomborg, 2001), che è stato
giustamente “distrutto” dalle recensioni delle più autorevoli riviste
scientifiche mondiali (come Science, Nature, Scientific American) e definito
“scientificamente disonesto e contrario agli standard della buona pratica
scientifica” dal Comitato Danese sulla Disonestà Scientifica, costituito
da autorevoli scienziati.
D’altra parte lo stesso Lomborg afferma chiaramente nel suo libro di
non essere un esperto di problemi ambientali e ovviamente non cita mai
l’IGBP. Stupisce pertanto il grande clamore avuto da questa pubblicazione
che non fa altro che portare acqua ai fautori dello scenario BAU.
Sostenibilità, capacità di futuro
Ancora oggi, tutte le volte che si utilizza il termine “sviluppo sostenibile”
si fa una gran confusione, spesso volutamente, altre volte per mancata
conoscenza.
Gli avanzamenti teorici e operativi di tante discipline, alcune delle
quali specificatamente dedicate ad approfondire i temi della sostenibilità
(come avviene per l’economia ecologica, l’Ecological Economics), non consentono
più di essere troppo generici e vaghi nel trattare tali problemi,
pur nella consapevolezza di tutti i limiti, incertezze e complessità
di queste tematiche.
Gli avanzamenti sin qui acquisiti a livello dei migliori centri di ricerca
interdisciplinari internazionali si riferiscono inevitabilmente all’analisi
dei sistemi complessi adattativi, alle loro dinamiche, alle loro interpretazioni.
Oggi possiamo parlare di una vera Sustainability Science, la scienza della
sostenibilità.
Proprio nel 2002 sono venute a mancare due figure straordinarie nelle
scienze ambientali, i fratelli Eugene e Howard Odum (il primo nato nel
1913 e il secondo nel 1924), che nella loro lunga carriera accademica ci
hanno fornito approfondimenti scientifici, analisi e chiavi di lettura
di grandissimo valore per comprendere il funzionamento dei sistemi naturali
e delle loro relazioni con i sistemi umani. I fratelli Odum sono stati
grandi protagonisti delle scienze ecologiche, hanno brillantemente analizzato
le realtà ambientali intese come sistemi e sono stati veri pionieri
di molti concetti e approcci che oggi sono diventati centrali nella Sustainability
Science (vedasi, ad esempio, Odum, 1973 e Odum, 1994).
Infatti, da molte intuizioni dei fratelli Odum e di altri si è
andato formando il concetto di sistema adattativo complesso, che deve molto
a studiosi quali John Holland e Stuart Kauffman (che si sono poi riuniti
nel famoso Istituto di Santa Fe – New Mexico – che studia proprio i sistemi
adattativi complessi). I sistemi adattativi complessi sono sistemi in grado
di acquisire informazioni sull’ambiente che li circonda e sulle proprie
interazioni con l’ambiente stesso. Sia i sistemi naturali, che quelli sociali
ed economici sono sistemi adattativi complessi.
La teoria dei sistemi adattativi complessi propone una visione del
mondo estremamente dinamica, flessibile, e appunto adattativa. Per comprendere
appieno le sfide con le quali l’umanità deve confrontarsi sono necessari
nuovi strumenti di analisi, in via di sviluppo negli ultimi decenni che
influenzano le scienze naturali e quelle umane, economiche e sociali. In
particolare, la teoria e la prassi dell’analisi dei sistemi adattativi
complessi forniscono strumenti fondamentali per la comprensione dei cambiamenti
globali, della storia, dell’intervento umano, delle valutazioni delle aree
a rischio, dei legami tra sistemi ecologici, sociali ed economici, e sono
in grado di indirizzare politiche innovative per il futuro. Queste analisi
sono alla base del fecondo lavoro della Resilience Alliance, un consorzio
di istituti e gruppi scientifici di ricerca autorevoli e interdisciplinari
– focalizzato sulla sostenibilità – che ha predisposto un interessante
documento per il Summit di Johannesburg (Folke et al., 2002).
Valutare e analizzare la sostenibilità richiede quindi nuovi
modi di pensare. Le precedenti visioni della natura e della società
come sistemi vicini all’equilibrio sono stati rimpiazzati da visioni dinamiche,
che enfatizzano le complesse relazioni non lineari, i continui mutamenti,
la flessibilità, l’adattabilità, l’apprendimento, e che si
confrontano con le discontinuità e le incertezze di shock sinergici
(vedasi, ad esempio, Botkin, 1990, Berkes, Colding e Folke, 2002).
Pertanto una sfida fondamentale, in questo contesto, è quella
di costruire conoscenza e capacità di apprendimento e adattamento
nelle istituzioni e nelle strutture che devono gestire localmente, regionalmente,
nazionalmente e globalmente gli ecosistemi, per cercare di mantenere la
resilienza dei sistemi naturali e umani e di abbassare al minimo il livello
di vulnerabilità dei sistemi stessi.
La Sustainability Science ha prodotto approfondite analisi sull’utilizzo
di nuovi indicatori per misurare la ricchezza, il benessere e la sostenibilità
complessiva dei sistemi naturali e di quelli umani (su questo fronte esiste
ormai una letteratura sterminata).
Il concetto ecologico di resilienza è stato pionieristicamente
introdotto dall’ecologo Crawford Holling sin dai primi anni Settanta (Holling,
1973, Holling, 1996). Esso definisce la capacità dei sistemi naturali
di assorbire gli shock mantenendo le proprie funzioni, capacità
che viene misurata dal grado di disturbo che un sistema naturale può
assorbire prima che il sistema stesso cambi la sua struttura, mutando variabili
e processi che ne controllano il comportamento. Gli ecosistemi, ricorda
Holling, hanno più di uno stato di equilibrio e dopo una perturbazione
spesso ripristinano un equilibrio differente dal precedente.
Il sistema ecologico o sociale diventa vulnerabile quando esso perde
le sue capacità di resilienza, cioè supera la soglia di mutamenti
assorbibili. In un sistema resiliente, il cambiamento ha la potenzialità
di creare opportunità di sviluppo, novità e innovazione.
In un sistema vulnerabile persino piccoli cambiamenti possono risultare
devastanti. Meno resiliente è il sistema, minore è la capacità
delle istituzioni e delle società di adattarsi e di affrontare i
cambiamenti.
Questo è, in grandissima sintesi, il messaggio centrale che
ci proviene dalla Sustainability Science, questo è il messaggio
che, implicitamente, da vent’anni ci fornisce lo State of the World con
le sue analisi interdisciplinari, questa è la sfida alla cultura
politica internazionale che appare ancora incapace di futuro.
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Trattato delle cefalee
Virgilio Gallai & Luigi Alberto Pini
Centro Scientifico Editore – Torino
Pp 737 euro 98,00
La cefalea è un sintomo che, almeno una volta nella vita, è
stato sperimentato da quasi tutti, eppure solamente negli ultimi anni l’attenzione
del mondo scientifico e medico ha iniziato ad affrontare questo problema
in modo organico.
Infatti solamente l’evoluzione del concetto di dolore ha fatto sì
che questa esperienza dolorosa fosse riconosciuta come malattia, e la contemporanea
scoperta di farmaci in grado di risolvere le crisi più dolorose
ha stimolato la ricerca medica.
Il fenomeno è eclatante, se si considera che quasi il 10% delle
visite ambulatoriali riguarda persone che presentano anche male di testa,
e tra coloro che hanno una cefalea primaria solo circa la metà si
rivolge al medico.
Il Trattato delle Cefalee dei proff Gallai (Presidente della Società
Italiana per lo Studio delle Cefalee) e Pini intende proporre a tutti coloro
che si dedicano o vogliono approfondire le tematiche legate alle cefalee
un testo dettagliato ed esauriente delle ricerche, teorie e prospettive
sulla patogenesi e terapia di questa malattia.
Inoltre il volume riporta le linee guida terapeutiche e diagnostiche
per il trattamento dell’emicrania e della cefalea a grappolo.
Il testo si presenta quindi come una opera completa per chi voglia
affrontare il campo complesso della diagnosi e terapia delle cefalee.
Di Asma in Asma, di Bambino in Bambino
Francesco Macrì
Tecniche Nuove Editore
L’asma bronchiale è tra le malattie ad andamento cronico più
diffuse tra la popolazione pediatrica e negli ultimi venti anni la sua
incidenza è raddoppiata soprattutto nel mondo occidentale: in Italia
è passata dal 6 al 12%.
La complessità della sua origine fa sì che spesso il
paziente e ancor più i suoi genitori, se il paziente è un
bambino, abbiano difficoltà a capire quali siano gli elementi di
maggiore utilità per valutare la gravità della malattia e
la possibilità di curarla con risultati positivi.
Il libro si propone di indicare un modo nuovo di intendere, in generale,
la gestione (non la terapia) di un malato (non di una malattia) e, in particolare,
del bambino che soffre di asma.
Il modello è quello di un approccio globale, solistico, che
porta a considerare la malattia come espressione del patologico del singolo
paziente, sfruttando dal punto di vista sia diagnostico che terapeutico
ciò che offrono la medicina Convenzionale e le Medicine Non Convenzionali
e viene illustrato con chiarezza che può scaturire soltanto da esperienze
consolidate.
Il problema dei rapporti tra Medicina Convenzionale e Medicine Non
Convenzionali visti in termini di complementarietà, rappresenta
in realtà il nucleo essenziale dell’opera e viene affrontato dall’Autore
‘con spirito critico e compostezza espressiva, che non escludono ruoli,
ma, anzi, prevedono la coabitazione di più idee’
Il libro può utilmente incontrare l’interesse di genitori, di
operatori sanitari per l’infanzia, di medici ‘non addetti ai lavori’, infine
di chiunque sia attento alla presa in cura più corretta del bambino
asmatico.
Ecologia umana
Sviluppo sociale e sistemi naturali
di Gerald G. Marten
Edizioni Ambiente
SEPS (Segretariato Europeo per le Pubblicazioni Scientifiche)
pagg 218 - € 20,60
Malattia, uomo, ambiente
La storia e il futuro
Tony McMichael
Edizioni Ambiente
SEPS (Segretariato Europeo per le Pubblicazioni Scientifiche)
Pagg. 433 - € 22,80
Il metodo omeopatico e la sua applicazione
nel trattamento del paziente psichiatrico
Lezioni di omeopatia Hahnemanniana pura
Andre' Saine
Traduzione e rielaborazione italiana
a cura di Pietro Romagnoli
Casa Editrice: Salus Infirmorum
Formato: 17x24 cm
530 pagine - Costo: 50,00 euro
Medicina Generale
A cura di
V. Caimi - M.Tombesi
UTET
Il dolore
Caratteristiche e trattamento
A cura di
Mario Falconi
Accademia Nazionale di Medicina
Velocità di sedimentazione
di Giuseppe D’Alessandro
Antonio Facchin Editore Collana “I Poeti della Regina”
Pagine 80
€ 11,00
"Velocità di sedimentazione" è la raccolta delle poesie
del medico Giuseppe D’Alessandro scritte negli anni dal 1987 al
1997.
La pubblicazione si aggiunge a quelle precedenti ed esprime la vena
poetica di un medico che alla professione ha saputo aggiungere un notevole
contenuto di umanità che traspare in tutte le sue composizioni.
Giuseppe D’Alessandro è nato a Rutigliano nel 1924, ha vissuto
e studiato a Molfetta e risiede da molti anni a Roma. Dopo aver vinto nel
1964 il Tarquinia-Cardarelli e nel 1965 il Vann’Antò per inediti,
ha pubblicato il volume “Mare lungo” (Rizzoli 1967, Premio Pisa
1968); “Il tamburo di sabbia” (Rusconi 1978, Premio Frascati 1978);
“Venti di mare e di costa” (Amadeus 1993, Premio G. Gozzano 1994).
Dalla raccolta "Velocità di sedimentazione":
Gli anni
Sono fiammiferi
In una scatola.
C’è chi li accende
Ad uno ad uno
Echi li spreca, per sbaglio,
in un’unica fiammata
Ammonimento
La foglia che muove
L’aria non tornerà
Mai dov’era prima:
avrà un’altra luce,
un’altra lontananza.
Cercare il prima
Quando è già dopo
Può costare la vita.
Meteoropatie
Le condizioni atmosferiche che influiscono sulla
salute e sull’umore
di U.Solimene – A. Brugnoli – E. Minelli
Edizioni RED! – collana "l’altra medicina"
Pagine 136
€13,50
Mal di testa, dolori reumatici o articolari, sbalzi d’umore: capita
a molti di provare sulla propria pelle i cambiamenti del tempo.
L’influenza delle condizioni atmosferiche sulla salute umana non è
certo frutto della fantasia popolare: una scienza, la biometeorologia,
la studia da tempo, oggi supportata anche da un organismo ufficiale come
l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Della biometeorologia questo libro rappresenta l’introduzione più
completa e accurata: scritto in modo semplice da medici che collaborano
con l’OMS, offre le spiegazioni scientifiche del ‘mal di tempo’ , passa
in rassegna tutti i disturbi legati agli eventi atmosferici e suggerisce
i rimedi della medici9na non convenzionale, agopuntura, fitoterapia, omeopatia,
più efficaci per risolverli.
Umberto Solvimene è direttore del Centro di ricerche
in bioclimatologia medica, biotecnologie e medicine naturali dell’Università
degli Studi di Milano, struttura che collabora con l’OMS.
Angelico Brugnoli, medico, è specializzato in idroclimatologia
e bioclimatologia medica.
Emilio Minelli, medico, è coordinatore didattico del
Corso di perfezionamento in medicine non convenzionali e tecniche complementari
e del Corso di perfezionamento in agopuntura della facoltà di Medicina
e Chirurgia dell’università degli Studi di Milano.
Ricordi di un Cittadino dello Stretto
di Lillo Capua
(a cura di Paolo Gheda)
(Presentazione di Pietro Borzomati)
Calabria Letteraria Editrice
Pagine 188
€ 13
Non ha avuto bisogno che ingegneri e tecnici si industriassero a fare
approvare i loro progetti in merito alla costruzione del ponte che dovrebbe
congiungere Messina con Villa San Giovanni, un disegno fortunatamente ancora
sulla carta.
Lillo Capua, medico scrittore, autore anche di molti saggi a
carattere scientifico, il suo ponte personale se l’è costruito attingendo
alla ricca messe dei suoi ricordi.
Nato a Messina nel 1925, dove ha studiato quasi ininterrottamente fino
alla laurea , soleva trascorrere l’estate a Catona: là c’erano la
casa paterna, i parenti, gli amici della prima adolescenza e della prima
giovinezza, con i quali compiere le prime scoperte della vita, le
marachelle ancora bambinesche; poi la spiaggia immensa, solitaria, racchiusa
in un golfo, il mare azzurro, limpido, profondo dopo appena pochi centimetri
dalla riva, le gite in barca, la pesca, i navicelli che venivano portati
in acqua da una mandria di buoi…
A Messina altri amici, gli studi ginnasiali ultimati poco prima dell’inizio
del secondo conflitto mondiale.
Il libro trova la sua parte più drammatica nei bombardamenti
di Messina, di Reggio, della costa calabra e della drammatica ritirata
delle truppe italiane dopo la battaglia della piana di Catania il 5 agosto
1943, quando i giovani stanchi, laceri, affamati, ma dignitosi, tentavano
di risalire verso il Nord, verso le loro case, che dal profondo Sud sembravano
così lontane.
Il libro non segue un ordine cronologico dei fatti, che vengono narrati
così come risalgono dalla memoria e dal cuore dell’Autore, il quale
alterna capitoli tragici, come quello del bombardamento di Messina del
31 agosto 1943 da parte degli americani e che distrusse mezza città
con centinaia di morti, ad altri più leggeri, come quello del cane
Scigghiu, che ritrova miracolosamente la strada di casa, attraversando,
non si sa in quale modo, lo Stretto, o l’altro della gita a Catania, compiuta
senza il consenso della madre.
Così il ponte tra la Sicilia e la Caloria è gettato ed
attraversa il cielo come un arcobaleno, fatto di amore per queste terre,
per la natura, per la famiglia, per gli amici tutti.
Il libro, scritto in un italiano chiaro, pulito, elegante, con qualche
venatura volutamente dialettale, piacerà a tutti coloro che amano
il Sud, i suoi colori, i suoi sapori, la sua storia.
Il lettore comprenderà di trovarsi di fronte ad un uomo di profonda
umanità, che svolse la sua professione con grande competenza e sensibilità
quale Primario del Reparto di Urologia degli Ospedali Riuniti di Livorno,
dove si era trasferito dopo la specializzazione a Pisa ed il matrimonio
con la professoressa Nicla Spinella, nativa di Livorno, ma incontrata sulla
spiaggia di Catona.
Il dottor Lillo Capua lavorò fino alla morte nella città
toscana, dove ancora molti lo ricordano con stima, affetto e rimpianto.
Comunicare la Sanità per renderla a misura d’uomo
Guida alla comunicazione nella sanità pubblica
e privata
di Giuseppe Chinnici - Federico Goannone - Giuseppe Salvati
Aracne Editore
Pagine 185
€ 10,00
Il volume è stato scritto per gli studenti universitari
di Scienze della Comunicazione e per chi intende diventare addetto stampa
per strutture sanitarie pubbliche o private
L’obiettivo è dimostrare che si può migliorare la qualità
della sanità pubblica e privata con una comunicazione corretta che,
con linguaggio chiaro e accessibile a tutti i cittadini faccia conoscere
i servizi offerti dalle strutture sanitarie
Giuseppe Chinnici è docente di Economia della Comunicazione
presso la LUMSA
Federico Giannone è addetto stampa dell’Assessore alla
Sanità della Regione Lazio. Dal 1999 tiene seminari sulla comunicazione
presso la LUMSA. Laureato in giurisprudenza ha scritto articoli su temi
di sanità nazionale e internazionale.
Giuseppe Salvati è Ordinario e Decano di Teologia presso
la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino di Roma , docente
presso la LUMSA e membro dell’Associazione Teologica Italiana.
L’equivoco psicosomatico
Causalità fisica, psichica nella genesi
delle malattie
di Vito Cagli
Editore: Armando Armando S.r.l.
Pagine 125
€ 9,00
Con l’espressione “equivoco psicosomatico” l’Autore vuole indicare
la confusione che si è creata tra l’accettare che ogni malattia
possa essere collegabile a contenuti emozionali ed il trarne la conseguenza
che queste stesse emozioni possano determinare vere e proprie malattie
con substrato organico, curabili o addirittura guaribili con trattamenti
psicoterapeutici.
Questi ultimi sono talora preziosi per aiutare il malato, ma non possono
nulla contro le malattie provocate da cause organiche.
La distinzione tra malato e malattia, che si opera in questo lavoro,
è fondamentale, ed il non tenerla presente è di certo, secondo
l’Autore, un’ulteriore causa dell’equivoco.
Vito Cagli riconosce alla psicoanalisi, di cui la psicosomatica
è una filiazione, tutto il valore conoscitivo, culturale e anche
terapeutico. Essa può dire molto sul malato, ma non sulla malattia;
può fare in modo che il malato accetti meglio ciò che nella
sua malattia è inevitabile, ma non può guarire la malattia.
L’Autore non pretende di dare una visione completa dei due versanti
organico
e psichico. L’obiettivo è cercare di mettere un po’ d’ordine
nel campo della psicosomatica, nei concetti teorici e nei problemi pratici.
Nel libro vengono trattati problemi generali che rientrano in questo tipo
di patologia. Ciò che preme all’Autore è delimitare il confine
che separa, di fronte alla malattia, la psicoanalisi dall’ambito terapeutico.
La medicina psicosomatica, che troverebbe giustificazione solo
se esistessero malattie somatiche causate da fattori psichici, e la medicina
organicista sono messe a confronto e trovano in questo libro la collocazione
che è loro propria.
L’autore, inoltre, ha utilizzato volutamente un linguaggio il meno
possibile tecnico, tale da consentire una più facile comprensione
anche ai “non addetti al lavoro”.
Il prof. Vito Cagli, autore di oltre 200 lavori scientifici, ha diretto
per anni un Centro per studio e cura dell’ipertensione arteriosa e malattie
renali presso il Policlinico. Umberto I di Roma. Relatore in numerosi Congressi
ha ricevuto, nel 2001, il Premio Musatti che la Società Psicoanalitica
Italiana assegna a quanti abbiano contribuito con i loro scritti allo sviluppo
della psicoanalisi
Reumatologia dell’età evolutiva
di Lelio R. Zorzin
(presentazione di Silvano Todesco)
Editore Piccin Nuova Libraria
Pagine 395, 294 figure, 122 tabelle
Nel mese di novembre c.a. è apparso all’orizzonte della produzione
libraria scientifica il volume “Reumatologia dell’età evolutiva”,
il cui autore è il prof. Lelio R. Zorzin.
Il volume di 395 pagine, dotato di 294 figure e 122 tabelle, prende
in considerazione, secondo la classificazione della Società Italiana
di Reumatologia, tutte le malattie reumatiche che possono insorgere in
soggetti in età evolutiva, ossia entro i 18 anni d’età, ad
accrescimento scheletrico compiuto.
Per ognuno dei 25 capitoli viene puntualizzata l’epidemiologia, la
patogenesi, la clinica e la terapia delle singole malattie reumatiche del
bambino e adolescente. Non vengono trascurate le linee fondamentali della
semeiotica dei malati di questa fascia di età, le nozioni sullo
sviluppo dell’apparato scheletrico e le indagini strumentali più
opportune.
In un capitolo separato viene esaurientemente trattata la terapia farmacologica
dei reumatismi infiammatori cronici e delle connettiviti. Particolare attenzione
viene data, oltre che alle artriti primarie, spondilo-enteso-artriti, connettiviti
e vasculiti, anche ad affezioni meno frequenti quali la sindrome Sapho,
le condizioni dismetaboliche, le malattie congenite del connettivo; vengono
trattati anche argomenti in comune con altre specialità, quali i
dismorfismi e paramorfismi del rachide, la patologia del piede e la riabilitazione
delle malattie reumatiche.
Un esauriente indice analitico completa questa fatica del prof. Zorzin,
al fine di rendere più agevole la ricerca degli argomenti. Il volume,
di elegante fattura, al quale hanno collaborato esperti di radiologia,
anatomia patologica, oculistica e dermatologia, ha il lodevole scopo di
fornire, oltre che ai reumatologi, ai pediatri, ortopedici, fisiatri e
medici generalisti un testo di facile consultazione nei confronti della
patologia reumatica dell’età infanto-giovanile. |