Testata
Tribunale per i diritti del malato e Cittadinanzattiva
Servizi sanitari sempre meno accessibili
Relazione Pit Salute 2001-2002

Rimane stabile il livello di inadempienze e disservizi fatti registrare dai servizi sanitari nel nostro Paese tra aprile del 2001 e settembre del 2002. Quattro sono i mali, tutt'altro che oscuri, che dolorosamente opprimono gli utenti pazienti, privati da un'affilata scure taglia fondi, per irrinunciabili "esigenze di bilancio", del legittimo sistema di diritti e tutele: razionamento delle prestazioni, carenze del territorio, peso della burocrazia ed errori dei medici.
I dati vengono fuori dall'annuale resoconto del Tribunale per i diritti del malato (Tdm)/Cittadinanzattiva, presentato di recente all'opinione pubblica, sul totale dei contatti registrati (e-mail, lettere, telefonate e fax) e delle attività svolte in difesa dei cittadini, dalla sede centrale e da quelle locali, diffusamente presenti sul territorio nazionale. Non si tratta di un'analisi statistica su un campione rappresentativo, ma di un'elaborazione numerica e di contenuto su tutte le denunce e le richieste di intervento e consulenza, giunte tra il 2001 ed il 2002 ai centri Pit Salute, punti di informazione ed assistenza della rete di Cittadinanzattiva e Tribunale per i diritti del malato. Un'indagine utile per avere dati sulla gestione dei rapporti tra cittadini e sistema sanitario, secondo il punto di vista dell'utente e, di conseguenza, individuare le necessarie politiche di indirizzo e di spesa, presso il Governo Centrale e Regionale.
La relazione presentata rivela un trend negativo relativamente alla possibilità di accesso ai servizi resi dalla sanità pubblica, alla loro qualità e sicurezza. L'insoluto problema delle lunghe liste d'attesa, specie per la diagnostica strumentale e per la chirurgia ortopedica ed oculistica, costringe numerose famiglie a richiedere le prestazioni della sanità privata, con un conseguente aggravio economico su un bilancio familiare già provato, come spesso avviene, dai costi per l'assistenza agli anziani ed ai malati cronici, che le strutture ospedaliere dimettono forzatamente una volta superata la fase acuta, ma per i quali mancano strutture di accoglienza e cura dislocate sul territorio. Un problema, questo, che rimane a totale carico dell'indifeso cittadino e del medico di famiglia, il quale, però, non dispone dei mezzi necessari ad espletare tutte le funzioni ed a soddisfare le aspettative in lui riposte dagli assistiti. Succede, così, che diritti esigibili diventino diritti negati, il più delle volte a causa di un asservimento della politica sanitaria e del Servizio Sanitario Nazionale, fiore all'occhiello dell'evoluto Welfare State, alle esigenze di risanamento del bilancio dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali.

Riflettori puntati sul Lazio

Dai contenuti della Relazione Pit Salute 2001/2002 è possibile ricavare alcuni dati sulla situazione registrata nel Lazio, sempre con le dovute considerazioni riguardo ai limiti di una analisi fondata non sulla scientifica definizione di un campione statisticamente rappresentativo, ma su indici numerici comunque significativi, perché spie dei punti deboli e degli ambiti di rischio del sistema sondato. Sul totale di 10.958 contatti gestiti dai Pit di tutta Italia nell'anno 2001-2002, circa il 46,8% provengono da Roma e provincia ed il 3,2% dal resto del Lazio. La fascia d'età che più ha fatto ricorso all'intervento del Tribunale per i diritti del malato è stata quella degli over-65, le cui esigenze sembrano venire frustrate alquanto dai servizi pubblici di cura ed assistenza.
Delle molteplici informazioni riportate ne segnaliamo alcune, come termometro degli standard qualitativi del sistema sanitario nella Regione. Se si prende in esame la questione delle liste d'attesa, considerando in particolare, due prestazioni diagnostiche che il Tdm tiene costantemente sotto controllo, la mammografia e l'ecografia mammaria, si rileva che nella maggioranza dei centri di diagnostica monitorati il termine massimo di 60 giorni, stabilito dalle norme regionali di recepimento del D.L.vo n.124/98, viene puntualmente disatteso, con punte massime, fino a 180 giorni di attesa per un'ecografia mammaria, registrate nel distretto di Roma Fiumicino. Il fenomeno delle "liste chiuse", benché vietato da specifiche ordinanze regionali, permane in più centri. La stessa problematica situazione si registra, limitatamente alle strutture della Capitale, nel caso di richieste per colonscopia ed ecocolordoppler; per quest'ultimo sono stati segnalati picchi di addirittura 6 mesi. Aldilà di possibili considerazioni e polemiche sul fatto che, spesso si punta ad ottenere tempi brevi, limitatamente alle prestazioni usate come indicatori delle rilevazioni periodiche (come previsto dal Decreto cosiddetto Sanitometro), ma si lascia inalterato tutto il resto, sempre a Roma, sorprende il positivo dato evidenziato in merito alle attese per Tac e RNM, generalmente eseguite nell'arco di 40 giorni. Una approfondita riflessione merita un'informazione in particolare, riportata da fonti del Ministero della Salute, e secondo la quale nel Lazio il rapporto tra volumi di attività in intramoenia e nel canale istituzionale, si attesti intorno al 67% in favore della prima, che soltanto in 39 casi su 100 viene utilizzata per abbattere le liste d'attesa (modalità prevista dal D.L.vo 124/98). A ciò si aggiunge una mancata informazione dei cittadini, relativamente al diritto di richiedere una prestazione in regime di intramoenia, ma senza costi aggiuntivi, rispetto alla medesima ottenuta tramite il canale istituzionale, qualora i tempi di attesa richiesti superino i limiti stabiliti dalla relativa norma regionale.
L'analisi delle segnalazioni giunte ai centri della rete di Cittadinanzattiva e Tribunale per i diritti del malato, nell'anno appena terminato, vede gli abitanti del Lazio ai primi posti in Italia, nelle classifiche ottenute dai contatti, anche per ciò che riguarda il problema delle dimissioni forzate, ingiustificate o premature. Problema che rientra nel capitolo del razionamento delle prestazioni, spesso dovuto a "quadrature di bilancio", ma che va strettamente connesso alle carenze del territorio, alle difficoltà di accedere ai servizi di assistenza infermieristica e riabilitativa domiciliare, oltre che ambulatoriale. Per quanto riguarda, invece, l'accesso a strutture riabilitative e per lungodegenti, tipo hospice, sebbene tante siano state le richieste dalle sedi laziali, tuttavia, va sottolineato che la dotazione di posti letto è in tale Regione di circa 1,92 per ogni mille abitanti, ben al di sopra del minimo standard, garantito anche dal Patto di Stabilità tra Governo e Regioni, di 1 gni mille e con una media nazionale di 0,67 posti letto. Una buona dotazione di partenza, dunque, quella laziale, validamente utilizzata per il 96,6% delle sue disponibilità; segno di un favorevole orientamento politico nell'affrontare uno dei tanti nodi critici della gestione sanitaria.
In conclusione, il Lazio e, soprattutto, Roma e la sua provincia, ben rappresentate nel totale dei contatti gestiti dai Pit, secondo quanto viene riportato nella Relazione presentata dal Tribunale per i diritti del malato e Cittadinanzattiva, mostrano un trend stabile sul fronte sanità e servizi negati, collocandosi nella fascia comune a quasi tutti i paesi del centro-sud d'Italia, la fascia rossa, ove le prestazioni sono sempre meno accessibili, meno adeguate e spesso più costose che nel nord dello Stivale. Considerazione che, forse, andrebbe rivalutata dinanzi all'evidenza della mancanza di uniformità ed equità nella ripartizione delle risorse finanziarie tra le diverse Regioni. La spesa sanitaria pro-capite del Servizio Sanitario Nazionale è stimata, secondo dati riportati dal Tdm, in 1.778.600 di vecchie lire pro-capite per il Lazio, che si pone, così, in posizione di medianità nella classifica nazionale calcolata sulla popolazione effettiva, ma con uno scarto in difetto notevole rispetto all'apice della stessa classifica, ove compaiono la Provincia Autonoma di Bolzano, con 2.174.300, e l'Emilia Romagna con 2.052.500 lire pro-capite spesi per i servizi sanitari.



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