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Terapia del dolore
Non più cure palliative, ma ‘leniterapia’.
La notizia del 9 gennaio scorso dell’avvento del nuovo vocabolo fornisce
una ‘dotta’ motivazione per l’avvertita necessità ‘psicologica’
di modificare il termine da tempo usato per indicare le cure rivolte ai
‘malati terminali’ e ‘inguaribili’.
I linguisti dell’Accademia della Crusca hanno ritenuto che “per
-slittamento semantico- l’aggettivo palliativo è spesso associato
ad attività inutili o ininfluenti e genera evidenti malintesi”,
mentre “l’espressione leniterapia alleggerisce il peso terribile di
malattie senza scampo”.
In coerenza con tale motivazione, alla luce di ‘approfondite ricerche’,
e dopo ‘uno studio di immagine e comunicazione’, hanno deciso di
rivoluzionare il gergo medico coniando la nuova parola, ‘leniterapia’,
già depositata all'Ufficio brevetti contro il rischio di abuso.
Conseguenza dell’iniziativa è anche la nascita della Fondazione
Italiana di Leniterapia (File), di cui l’oncologo Umberto Veronesi ha accettato
la presidenza del Comitato Scientifico.
Una nota della File ricorda che in Italia i malati di cancro in fase
terminale sono 165mila; tutti necessitano di cure ‘lenitive’, 135mila
di assistenza domiciliare e 35mila di ricovero in strutture specializzate
(hospice) e che gli obiettivi della nuova associazione sono innanzitutto
quelli di informare cittadini e operatori sulla necessità di queste
terapie e, quindi, formare personale specializzato, catalizzare risorse
economiche e umane, offrire un punto di riferimento per le strutture del
settore e supportare e ampliare i centri assistenziali esistenti per migliorarne
capacità e interventi.
Non rimane che riconoscere la validità dell’iniziativa e le
finalità della File.
Per quanto riguarda il termine di ‘leniterapia’, con tutto il
rispetto dovuto ai linguisti dell’Accademia della Crusca, mi permetto di
osservare che la nuova parola, per il medico, ma soprattutto per ogni malato
sofferente, si aggiunge, ma non sostituisce, almeno per ora, quello di
cure palliative e, tanto meno, quello di ‘terapia del dolore’.
Terapia del dolore, anche se non rispetta il significato del termine
terapia come cura, tuttavia ricorda la possibilità e, anzi, l’opportunità
di utilizzare farmaci e altri mezzi terapeutici per rispondere ad uno dei
primi doveri del medico: quello, appunto, del latino ‘lenire dolorem’
che nella traduzione ‘calmare il dolore’ non può essere neanche
sostituito da ‘leniterapia’ che, comunque, associa il non sempre
realizzabile obiettivo di cura all’unico e più immediato effetto
di alleviare la sofferenza.
Mario Bernardini
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