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Giovedì, 13 dicembre 2007
 
L'omeopatia lanci la sfida scientifica
 
Quando nei giorni passati è uscito il nuovo articolo di "The Lancet" contro l'omeopatia, non pochi hanno pensato che si trattava di un nuovo studio dell'autorevole rivista...
 
Guglielmo Pepe
 
 


    Quando nei giorni passati è uscito il nuovo articolo di "The Lancet" contro l'omeopatia, non pochi hanno pensato che si trattava di un nuovo studio dell'autorevole rivista, che faceva ancora una volta le pulci a questa medicina non convenzionale. In realtà era un articolo scritto dallo stesso autore di un commento pubblicato sul quotidiano inglese "Guardian", che riprendeva e rilanciava alcune vecchie metanalisi, pubblicate su "Lancet", le cui conclusioni erano lapidarie: l'omeopatia è un placebo. Ma i dati riportati allora dalla rivista erano alquanto contraddittori. L'unica novità attuale - confermata dal direttore del Royal Hospital di Londra che intervistiamo - è che in Inghilterra sono stati tagliati i fondi pubblici. Per il resto, i dati riportati erano noti. Insomma, come si dice nel gergo, "panna montata".
    Come previsto, il mondo omeopatico è insorto (sebbene larga parte dei mass-media abbia dato poco spazio alle reazioni). Anche a noi sono arrivati messaggi, comunicati, lettere, telefonate di protesta di medici, pazienti, associazioni, aziende. In alcuni casi reazioni "interessate", in altri indignazione. Non mi meraviglio di una protesta così estesa: in Italia milioni di persone usano terapie non convenzionali. Sentirsi dire che l'omeopatia è un placebo, si scontra con le esperienze dei pazienti che hanno avuto giovamento da tale medicina.
    Non sono un ricercatore, né un medico. Ma un osservatore (della salute altrui) e a volte un malato che deve curarsi. Se l'opinione del paziente (che raramente ricorre ai prodotti omeopatici) può essere viziata dalla parzialità dell'esperienza individuale, da osservatore posso dire che - come abbiamo raccontato più volte su queste pagine - appare azzardato ridurre tutto a placebo. Sia perché esistono numerose ricerche sull'efficacia dell'omeopatia su varie patologie: influenze, tonsilliti, bronchiti, cefalee, allergie, dermatiti. A proposito di "pelle" riporto quanto disse anni fa a "Salute" il professor Nicolò Scuderi sui risultati ottenuti in un laboratorio della Sapienza di Roma, dove le cicatrici post-operatorie venivano curate con l'omeopatia: "...Da scienziato non ne capisco a pieno il meccanismo di riparazione, ma ne osservo i buoni risultati". In quel laboratorio sono state curate bene le "ferite" di centinaia e centinaia di persone.
    Placebo? Ma andiamo. Se non si può negare tale effetto sugli esseri umani, sugli animali è quantomeno discutibile. Perfino l'Istituto superiore di Sanità condusse ricerche sugli animali dalle quali risultò la "non negatività" delle cure omeopatiche. Una struttura pubblica che finanziava una sperimentazione simile era una novità importante: infatti non si è più ripetuta.
    Ma nell'articolo inglese che ha sollevato polemiche, si diceva di più: che gli omeopati sconsigliano le campagne profilattiche di salute pubblica. La <http://www.siomi.it/apps/news.php?id=462>SIOMI, che rappresenta circa duemila medici del "settore", ha smentito seccamente l'affermazione (visto che molti di essi lavorano in ambulatori pubblici). Eppure è vero che tra coloro che hanno abbracciato la medicina di Samuel Hahnemann, non mancano gli "unicisti", e quelli che proclamano la superiorità della omeopatia. Dando indirettamente ragione a chi vuole "stroncarli". E dimenticando, peraltro, che la medicina moderna è sempre più integrata tra cure convenzionali e non.
    Abbiamo sempre criticato l'omeopatia "autoreferenziale". Ora la Siomi ammette l'errore di chi ha fatto credere che questa pratica è "più simile a una religione vitalistica che ad una scienza". Se questo è, allora l'omeopatia lanci la sfida scientifica in "campo aperto". Nell'interesse di milioni di pazienti.
   
 







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